San Valentino, cinismo e velleità

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San Valentino è alle porte e molti di voi saranno già pronti a sottoporre il partner ad innumerevoli torture che prevedono l’utilizzo sconsiderato di scatoline a forma di cuore e post su facebook dal dubbio gusto; altri ancora invece saranno pronti ad appendersi all’asta della doccia per porre fine, in maniera estrema e definitiva, alle continue domande inopportune dei parenti sulla vostra disastrosa vita sentimentale.

Quanto a me, ho una vita amorosa paragonabile a quella dell’uccello Nigel

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Non mi è mai importato niente di San Valentino e non perché “bisogna amarsi tutti i giorni!!11!” ma proprio perché la considero una festa inutile. Preferirei la giornata mondiale della pizza: non sarebbe bello scambiarsi scatole di pizza invece che Baci Perugina? Pensateci.

In ogni caso, voglio narrarvi un episodio tratto da “Le magiche avventure di Anna”. Episodio che mi ha portata a partorire l’ennesimo pensiero geniale e assolutamente degno di attenzione della comunità scientifica.

Qualche giorno fa, mentre camminavo per strada litigando con l’ombrello e la pioggia e i capelli, ho  incontrato una mia conoscente che sta per sposarsi ed è tanto felice, talmente felice che tratta noi altri stronzi abitanti dell’isola della singletudine con compassione, quasi come se fossimo menomati.

Mi ha raccontato dei regali che vuole assolutamente, del vestito, della location (perché anche se chiami “location” la trattoria di nonna Agnese tutto assume un altro colore), di quanto non capisce quelle che sono single per scelta.  Mi ha poi mostrato l’anello, saltellando su un piede e dicendomi con aria compassionevole: “dai, un giorno ne avrai uno anche tu”. Io le ho detto che avevo di meglio e le ho mostrato con orgoglio la pistola a pallini che avevo appena comprato. Mi ha guardata come se dalla borsa avessi estratto un enorme pollo parlante. Mi sono sforzata oltre l’inverosimile per non ridere.

Ora, io non sono una di quelle che gioca a fare la cinica perché fa figo né tantomeno una fanatica della teoria svedese dell’amore* ma volevo dire che, ad oggi, sarebbe bene iniziare a celebrare anche i single. E con questo non intendo screditare le coppie, assolutamente, visto che anche io ho le mie fantasticherie costituite al 90% dalle deviazioni donatemi dai romanzi di Nicholas Sparks e per il restante 10% da Ryan Gosling. Trovo tuttavia ingiusto che il diritto all’autocelebrazione sia riservato  unicamente a coloro che  si sposano.

Se infatti uno va via di casa, lavora e finge di essere una persona responsabile, nel migliore dei casi si sente dire “era l’ora”, nel peggiore dei casi gli viene augurato di sposarsi presto e anzi, ci si aspetta proprio che prima o poi lo faccia. E, in tutto ciò, non si ha diritto a niente perché single equivale a solo e solo equivale a poveroscemo.

Gli accoppiati godono di privilegi non indifferenti. Ho dunque deciso di procedere con un’iniziativa di legge popolare che renda valido il matrimonio con se stessi perché, signori, celebrare un matrimonio con la propria persona ha i suoi vantaggi: vai con la lista!

1) Festa con open bar a carico dei parenti ma senza il timore di vomitare sulle scarpe del partner

2) Il viaggio di nozze, ma senza l’inconveniente del litigio sulla destinazione

3) I regali, che consentono di evitare il male di vivere delle domeniche pomeriggio da Ikea

4) Possibilità di poter cagare il cazzo a tutti per un giorno perché “la sposa sono io”

5) L’open bar

6) Il pranzo infinito con i parenti che compiono gesta ai limiti della cronaca nera

7) Il congedo matrimoniale

8) L’assenza di sesso è giustificata dall’assenza di un partner e non da un “scusami ho mal di testa”

9) Ancora l’open bar

10)  La relazione con se stessi è l’unica che dura veramente fino alla morte.

 

*La teoria svedese dell’amore è il titolo di un film-documentario. Tale teoria dice che ogni rapporto umano autentico, libero da condizionamenti materiali e psicologici, si deve basare sulla sostanziale indipendenza delle persone. Indipendenza che, nella maggior parte dei casi, sfocia poi in una atroce solitudine.

Guardatevi il film e deprimetevi anche voi.

 

 

 

 

 

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Una storia senza nome

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Resisteresti poco, al freddo senza l’afa estiva ma sarebbe un’esperienza diversa, no? Poi ti riporterei indietro, come è giusto che sia. Ma per un po’ ti porterei con me. Ti racconterei le cose che non avrò il tempo di finire di dirti. Solo per quello, per trovare il modo che duri di più. Ti farei guardare il mare freddo, così apprezzeresti il tuo. Ti farei una foto e la lascerei nel cassetto per le volte che avrò voglia di guardarti con i capelli scompigliati e il sorriso accennato. Mangeremo e dormiremo poco perché non ci sarebbe il tempo; tutto quello che vorresti cercherei di dartelo. Ti farei esprimere un desiderio e lo esaudirei. Solo uno, perché tre non sarei capace. Ti farei almeno un paio di domande scomode, perché così ti fideresti di me; perché così, se ti telefonassi almeno una volta, sussulteresti un pochino e quando deciderai di andare via, ci sarà almeno una volta in cui vorrai tornare. Vorrei che ti fossi innamorata di me, per chiedermi di restare. Ma forse tu impieghi tanto per innamorarti e allora è per questo che vorrei portarti con me: per farti innamorare.
Verresti?
No, non verrei. Perché dovrei?

Non credo che mi riporteresti indietro, non voglio che tu faccia di tutto per me. Il suono è simile a quello della tua voce, non della mia: vorrei che lo capissi e te ne rendessi conto. Le tue parole sono esigenti e mi si stringono al cuore. L’unisono tra di noi non funziona. Il moto di due anime in una non esiste. Non vorrei foto di questo momento, né motivi per lasciare che non finisca. È doloroso da ricordare. Cosa c’è di poetico in una sensazione moritura? Se lo volessi, non farei in modo che arrivi la fine. Perché è questo il punto: io sto facendo in modo che l’ultimo secondo di tutto accada, capisci?

Permettimidi dire di no. Permettimi di non esserti accanto.Permettimi di decidere di non esserci come vuoi tu. Pensare che sia per due, per renderti i pensieri più facili; lo sai che mi stai raccontando una bugia mentre mi chiedi ‘verresti?‘ Certo che lo sai. Venire? Cosa potrebbe dire? Cosa saremmo?

La mia automobile scivola da sola verso casa mentre rileggo le tue parole. Cerco di trovare interpretazione, tentando di valicare le frasi così come sono – cunei – e trovarci l’intenzione inespressa di dire dell’altro. Cerco titubanze, virgole, mi soffermo sui dettagli. Ma io di dettagli non capisco nulla. Non so come sono fatti, in verità. Potrei rimanere attaccato alla balaustra a due mani, mangiare tutte le merendine della macchinetta accanto all’ingresso del gate pur di restare a guardare il fiume da un lato e la strada dall’altro.
Fissare l’asfalto fino a farmelo entrare negli occhi e bucarmeli per non vedere la via di casa: questo dovrebbe accadere affinché io vada via da qui e mi rassegni alle tue parole. Credevo di non essere capace di rimanere in silenzio a guardare.
Sono solito pensare di me cose molto positive: grande cuore, grande testa, spirito d’iniziativa, forte indipendenza; pensavo di non essere capace di restare a guardare inerme. È una di quelle circostanze che non si addicono agli spiriti vincenti. È come ammettere di avere un buco scoperto e lasciare che qualcuno ci infili un dito dentro, stracciando carne e tessuti, graffiando vasi, fino a tingere di rosso i vestiti e non poter, così, celare l’affanno.
Eppure io sono un tipo sveglio, non mi lascio abbindolare facilmente; ho sempre saputo tenerle a distanza e prosciugarne il necessario. Ecco, sì: non sono mai andato al di là del necessario con quasi nulla.
Solo di foglie d’albero ne ho troppe, perché ne faccio collezione. Ne ho mangiate molte di merendine della macchinetta ma adesso, alla guida, con le mani poco convinte e smaniose, non ne ricordo il sapore singolo e anche gli incartamenti mi paiono tutti uguali.
Mi sembra strano sentirmi così sopra le righe.

Mi sembra strano, ancora, sentire quegli occhi addosso. I tuoi e i miei insieme, che erano altro, lo sono stato lo so, lungo il fiume e poi sono irrimediabilmente scomparsi dopo un battito di ciglia. Un movimento fisiologico ne ha decretato la fine ed io lo vado cercando, adesso, mentre mi dirigo verso casa, seguo la scia per provare a seguirti.
Che pena. Sperare, intendo. È la pena di chi non sa rinunciare. Non so raccontare una volta in cui tu mi avevi detto di essere felice, in effetti. E nemmeno una volta in cui te l’ho detto io, d’altronde. Non credo minimamente di esserti venuto incontro per davvero, con foga ed eccitazione, per abbracciarti di sorpresa. Non mi viene in mente la prima volta che t’ho visto.
So quand’è, con precisione, perché io ero al bancone di un bar con una ragazza che mi piaceva molto. E che ho abbracciato con slancio e voluto tante di quelle volte da essermene invaghito e addirittura innamorato a un certo punto. Ricordo d’averti preso in consegna nella mia mente, ma non d’averti visto. Non so nemmeno com’eri vestita. So solo che ti sei passata una mano tra i capelli, il gesto più comune che si possa recuperare nella memoria. Eppure io l’ho registrato. Avevi un braccialetto che si compra al mare, di quelli di cotone colorato, che dicono porti fortuna e poi, un giorno, si spezzi per far avverare un desiderio. Di quelli che hanno tutti, eccetto me, poiché io non li sopporto: rimangono bagnati per ore, dopo la doccia, ed umidi sulla pelle. Mi sono chiesto quale potesse essere il tuo desiderio.
È la prima cosa su cui mi sono interrogato guardandoti quella volta e pensandoti i giorni successivi. Se tu avessi un desiderio sopra tutti, se fosse legato a quel braccialetto o a un sentimento. Ho sentito il bisogno di saperlo, come se fosse il tuo nome. Avevi anche un anello costoso. Sottile, ma prezioso. Un anello facile, che non sorprende se lo regali. Non so perché l’avessi notato. Niente a che vedere coi tuoi occhi, mi rendo conto. A chiunque avessi chiesto di te nei giorni seguenti, continuavo a dire di non avere in mente i tuoi occhi: eppure sono meravigliosi. Non mi viene un’altra parola in mente. Dovrei inventarla ma non sono capace, tu lo sai. Posso fartelo intuire ma non so spiegarlo. Non capisco perché non me li sono incollati addosso.

Avevo notato di te solo i dettagli peggiori fra tutti gli altri; ciò nonostante ti cercavo già il giorno dopo. Mentre passeggiavo sotto casa tua, nelle sere a seguire, speravo di notare i tuoi movimenti alla finestra oppure con chi saresti uscita. Desideravo vederti da sola, che, una volta sull’uscio, ti guardassi intorno e vedendomi rimanessi piacevolmente compiaciuta.
Avrei voluto essere io nei tuoi sogni, a ispirare i tuoi sonni e farti felice. Ma lo so di non potere. Eppure questa consapevolezza non m’ha fatto smettere di volerti portare via con me. Non capisco. Non capisco cosa vuoi dire. Mi pare assurdo che tu pensi di poter amarmi. Quanto abbiamo passato insieme? Non capisco perché tu voglia portarmi con te. Non sai nulla. Ti ho rubato anche un sorriso triste quella sera.È andata così: io ti ho guardata per un momento, mentre ti passavi le mani nei capelli, e stavi sorridendo, ma non alla persona con cui parlavi. Sorridevi, rivolta verso il basso come per un pensiero veloce da far svanire. E, rivolto di nuovo il tuo volto verso l’alto, ti ho sorpresa triste, come se quel pensiero felice andasse celato. Sorridi solo quando qualcuno o qualcosa ti fa ridere, ma non dovresti. A me piace, ma non dovresti.
La felicità pare si auguri a tinte pastello e così mi tocca fare, con te, adesso: cercare di farti togliere dal viso i tuoi sorrisi tristi, come ho sempre fatto, d’altronde. Potremmo essere in giro a passeggiare in una città qualunque, col caldo, mano nella mano e io dovrei accorgermi del tuo sorriso triste e allora darti un bacio o prenderti il viso e farti fare una smorfia che mimi la gioia. Sorrideresti e il mio desiderio di felicità per te sarebbe compiuto.

La verità è che i tuoi sorrisi tristi a me piacciono, perché a te stanno bene, perché li sai trattare, li sai adoperare e mettere in fila senza che rompano le righe. Se lo facessi io sarei penoso. Questo è il punto: faccio pensieri e desidero cose nuove.
Non importa cosa so. Per la prima volta, non importa. Non so da dove vengono o come si chiamino e non potrei spiegarle a nessuno eccetto te, con un po’ di tempo, con un po’ di pause, con quei silenzi che non saprei riempire, all’inizio. Ma potrei imparare. Sono un pessimo romantico, lo ammetto. È per questo che non sono riuscito a farti innamorare. Lo so che è così. Ho immaginato che potessi bastare io, con i miei modi normali e l’aria spavalda. Fintamente sicura. E del tempo, per spiegarti quello che manca, per farti vedere che ne sarebbe valsa la pena, alla fine. Ho provato, che dire, a farmi scegliere.

Ho sperato. Dovevo. Era una possibilità, capisci? Come fare a metterla via, a dimenticarla. Forse aspettando, forse non era il momento. Forse io e te abbiamo un altro tempo. Sono sicuro che con qualche giorno in più, ora in più, ti avrei portato via con me. È l’idea che almeno una volta succeda, no? Hai presente? Quell’idea invasiva e sotterranea che si inabissa o si palesa e lo fa una volta sola per tutte e se l’avverti non puoi far finta di niente se hai un po’ di senno. Come un sibilo fluttuante e sinuoso.
A me è successo questo: non sono riuscito a fare finta di niente, non volevo, in fondo. Non potevo far altro che cercare di portarti con me, dal profondo, per egoismo quasi, per farmi stare bene. Anche se sapevo di non potere. Anche se era rischioso. Anche se tu non vuoi, anche se, infine, la tua felicità non dipende da me.
E non posso fare a meno di chiedertelo di nuovo.
Solo per essere sicuro.
Verresti?

Un’invincibile estate

IMG_20180106_222207Amiche e amici, so che molti di voi erano già pronti ad avvertire le autorità e ad organizzare un flash mob in mia memoria ma tranquilli, non sono morta e nemmeno mi sono arruolata nella legione straniera, sebbene quest’ultimo punto, in questo preciso momento storico, sia diventato degno di considerazione e poi vi spiegherò perché.

Ho trascurato il blog perché ho iniziato un nuovo lavoro che mi ha portata a traslocare in un’altra città e a fare tutte quelle cose che si fanno quando ci si trasferisce: sì arreda la casa, si rischia l’infarto percorrendo cinque piani di scale con le buste della spesa, si sbaglia linea dell’autobus, si conoscono nuove persone e principalmente, ci si meraviglia molto. Di cosa? E mo ve lo racconto.

Nei tempi appena precedenti la mia partenza, c’è stato un momento in cui ho creduto di aver fatto il famoso gol di mano: avevo trovato un bel lavoro, ero alla ricerca di una casa e la sorte ha pure fatto sì che mi innamorassi di una persona che sembrava ricambiarmi e con cui avevo iniziato una fantastica relazione. Insomma, tutto andava nella giusta direzione e pure Saturno si era deciso ad uscire dalle palle.

Poi, il giorno prima che io me ne andassi, la mia fantastica relazione è stata catapultata nel cesso. “Pazienza”, direbbe qualcuno. “Eccheccazzo”, dico io. Avevo immaginato di andarmene in tutt’altro modo e invece me ne sono andata con l’anima ridotta ad un piatto di tagliatelle spirituali.  È stato qui che ho pensato alla legione straniera perché sono una che prende bene le delusioni sentimentali.

Comunque, sono partita per la nuova vita che mi si prospettava davanti, nonostante la mia tanto agognata libertà emanasse un forte odore di solitudine. E il primo giorno non è stato facile e anzi, non è facile neanche adesso. Mi capita di perdermi nella nostalgia mentre ascolto canzoni che non dovrei ascoltare, di sentirmi l’ennesima stronza che cerca di vivere una vita normale in un complesso condominiale che sembra un alveare. Ci sono poi certe sere in cui il letto sembra troppo grande e mi tornano in mente ricordi che vorrei dimenticare. E allora dormo con la luce accesa perché almeno, se mi vedo le mani, non posso perdermi.

Però ci sono anche dei giorni in cui cammino per la strada sorridendo e le mattine, le mattine soprattutto, in cui dalla finestra dell’ufficio vedo il sole, le persone e le auto, tantissime auto che vanno chissà dove e penso che l’importante è andare, andare sempre. E allora esco a fare un giro in centro e mi innamoro, ma questa volta della città e anche un po’ di me.

Sul muro ho attaccato una poesia che dice: “nel bel mezzo dell’inverno, ho scoperto che vi era in me un’invincibile estate”. Ed è questo, più di tutto, che mi meraviglia e mi meraviglio perché è vero ed io non lo sapevo.

Incontro ravvicinato con un feticista

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Qualche tempo fa ho messo in vendita su un noto sito di annunci un paio di scarpe che avevo indossato solamente al matrimonio di mia cugggina (da noi a Bari si dice così) e che erano tanto belle quanto infami, visto che in quell’occasione mi hanno reso impossibile la fuga da quell’agonia del lancio del bouquet. Ebbene, dopo neanche un’ora dalla mia inserzione ho iniziato a ricevere email, messaggi e chiamate a raffica e tra gli interessati alle mie fantastiche scarpe non c’era nemmeno una donna.

All’inizio pensavo che si trattasse di amorevoli fidanzati poveri alla ricerca di un regalo per le loro donne; dopo alcune richieste strane ho capito che probabilmente avevo beccato il giorno dello shopping online dei feticisti.

Per chi non lo sapesse, il feticismo è lo spostamento della meta sessuale da una persona ad un oggetto sostituto, un feticcio appunto. Esistono un’infinità di feticismi e vi linko la lista di Wikipedia https://it.wikipedia.org/wiki/Lista_delle_parafilie                                Quelli che mi hanno contattata erano feticisti del piede. Alcuni infatti chiedevano espressamente scarpe “molto usate”, altri mi chiedevano se vendevo anche calzini, altri si complimentavano per le mie caviglie (?), uno mi ha addirittura offerto cento euro in più per indossare le scarpe davanti a lui.

Tra i tanti, mi contatta questo tipo che chiameremo Paolo. Paolo è gentile e non fa richieste assurde: lui vuole solo acquistare le scarpe e, pur vivendo in un’altra regione, mi chiede se può venire a prenderle di persona. Io, che sono una donna prudente e coscienziosa, dico sì e gli do appuntamento in libreria.

Mentre andavo all’appuntamento, pensavo a me ridotta in tanti piccoli pezzi e gettata nel cassonetto dell’umido o nel bagagliaio della macchina di Paolo e già vedevo i titoli di giornale: “Ragazza dimostra al mondo la sua stupidità”. Ma ero troppo curiosa.

Arrivo in libreria e mi nascondo tra gli scaffali non perdendo di vista la porta. Mi aspettavo di vedere entrare un quarantenne con la panza e la pelata. Ne entra un esemplare  e penso “AAAAAAAAH ECCO E’ LUI!”. Non era lui. Poi vedo entrare questo pezzo di manzo e penso: “Seeh, figurati se è lui”. E invece era lui veramente. Mi saluta e  gli chiedo se ha trovato parcheggio. No, ha messo la macchina in divieto di sosta. Gli faccio vedere le scarpe, dice che vanno bene e mi da i soldi. Mi ringrazia e mi offro di accompagnarlo alla macchina perché io, signori, dovevo capire.

Paolo è un ragazzo normalissimo e ha 31 anni. Vive a Bologna e lì si è laureato in lettere. Il suo feticismo si chiama altocalcifilia, ovvero il trarre piacere sessuale dall’osservare o indossare scarpe con i tacchi alti, che è all’incirca la stessa cosa che provo io quando vedo un paio di Jimmy Choo.

Ho chiesto a Paolo per quale motivo un ragazzo così avesse bisogno di cercare su internet scarpe di sconosciute: “A Bologna le ragazze non portano i tacchi?” gli faccio. Lui mi dice che comprando direttamente le scarpe non deve temere giudizi o dare spiegazioni. Le compra usate perché vuole fantasticare sulla donna che le ha indossate ma mantenere comunque un certo distacco. “Quindi non fai mai sesso?” chiedo io. Paolo risponde dicendo che ormai si è abituato così. “E se ti innamori?” gli chiedo. “E se mi innamoro son cazzi”. Ci salutiamo.

Mentre me ne tornavo a casa pensavo a quel povero cristo che ha rapporti sessuali con un paio di scarpe e che magari le porta anche a cena fuori. Paolo, volente o nolente, ha rinunciato ad avere una vita sessuale e al contatto umano perché ha paura dei pregiudizi e di chi lo considera malato, deviato. Sappiamo che per deviazione si intende tutto ciò che non rientra nella norma, nelle abitudini della maggior parte della gente. Ma un tempo anche gli omosessuali erano considerati deviati e si pretendeva di volerli curare mentre adesso, per fortuna e malgrado Giovanardi, si è iniziato a comprendere che quelli che necessitano di cure sono soltanto gli omofobi (incluso Giovanardi).

Una certa forma di feticismo è infatti presente in ognuno di noi, che vogliate ammetterlo oppure no: c’è a chi proprio non dispiace farsi legare, c’è a chi piace sentirsi sussurrare porcate nell’orecchio e c’è chi come me, a quanto pare, ha il feticismo per gli impotenti sentimentali.

E allora, se uno non nuoce a se stesso o al prossimo, dovrebbe poter fare sesso un po’ come je pare senza dover essere etichettato come strano. Anche perché, se siete pronti a storcere il naso non appena vedete qualcosa di un po’ più pittoresco, ricordatevi che il sesso “tradizionale” sarebbe quello esclusivamente finalizzato alla procreazione e preferibilmente nella posizione del missionario.

Non ho potuto fare a meno di chiedermi se allora sarebbe il caso di farla finita con i pregiudizi. Io stessa avevo un pregiudizio e mi aspettavo di trovare il classico maniaco con l’impermeabile mentre invece ho trovato una persona normale che ha difficoltà a vivere liberamente ciò che gli piace fare nel privato.

Viviamo nell’epoca “post-Non è la Rai” in cui una mandria di minorenni sculettavano allegramente davanti allo schermo. Il sesso è presente in ogni cosa, ce lo abbiamo sotto gli occhi di continuo e di continuo inneggiamo alla libertà sessuale. E allora perché sconvolgersi se a Paolo piacciono le scarpe con i tacchi alti?

Fenomenologia delle corna

Portrait of majestic red deer stag in Autumn Fall

La maggior parte delle persone crede che il tradimento sia un atto orribile e immorale. Eppure a ognuno di noi è capitato, almeno una volta nella vita, di tradire e di essere traditi. Le corna sono quindi un po’ come Berlusconi: tutti ne parlavano male, tutti dichiaravano di non votarlo ma, chissà come, alla fine vinceva sempre lui.

Non posso spiegare il fenomeno di Berlusconi (fenomeno inteso in senso lato) ma posso però tentare un’analisi del tradimento. Perché tradiamo? E che cosa intendiamo quando parliamo di infedeltà? È una storia occasionale, una storia d’amore, un sito d’incontri, sesso a pagamento, sexting? Tradisco il mio partner quando fantastico su Alberto Angela?

Una cosa è certa: da quando esistono le relazioni esiste l’adulterio, tanto che, perfino nella Bibbia, gli sono dedicati addirittura due comandamenti, uno rivolto all’intenzione e uno all’azione. E a quei tempi si sa, l’amore e la monogamia non avevano niente a che fare e la fedeltà era solamente una garanzia volta a conservare l’ordine sociale: l’uomo confidava nella fedeltà della donna per avere la certezza della paternità della prole e per sapere chi avrebbe ereditato le sue mucche una volta morto. Non c’era alcuna dimensione romantica e anzi, paradossalmente, l’adulterio diventava l’unico mezzo per poter sperimentare il vero amore ed era il massimo atto in grado di minacciare la sicurezza economica dei coniugi.

Oggi invece le relazioni sono esclusivamente un patto romantico e il tradimento mette in discussione la nostra sicurezza emotiva. Quando intraprendiamo una relazione, ci aspettiamo che il nostro partner sia un degno compagno, confidente, amico amante e pari intellettuale e noi ci aspettiamo di essere “quella giusta”, l’unica e sola, la prescelta. Ma l’infedeltà ci dice che non siamo niente di tutto ciò. Per questa ragione, basta un tradimento per farci mettere in discussione il nostro senso del sé.

E allora è bene andare ad indagare le cause dell’infedeltà così da evitare di ritrovarsi a piangere sul pavimento della cucina con All by my self di Celine Dion in sottofondo.

Per prima cosa è necessario chiarire che i modi in cui tradiamo il nostro partner sono molteplici: tradiamo quando lo trascuriamo, quando ricorriamo al disprezzo, alla violenza o all’indifferenza. Il tradimento sessuale è solo un altro modo per ferire. In altre parole chi è vittima dell’infedeltà può darsi che a sua volta sia stato anche carnefice.

Raramente quindi il tradimento ha a che fare con il puro sesso, ha invece spesso a che vedere con il desiderio. Desiderio di sentirsi importanti, desiderio di attenzioni. La struttura stessa della relazione extra-coniugale alimenta il desiderio poiché il sapere di non poter mai avere completamente il nostro amante ci spinge ancor di più a desiderarlo.

Oltre a ciò, quel che sentirete dire spesso ai “traditori” è che in quel modo si sentono vivi. Capita di sentire storie di uomini o donne con la famosa crisi di mezza età, crisi che coglie anche ventenni: per alcuni capita un momento in cui ci si chiede “è tutto qui?”. E quando l’insoddisfazione bussa alla porta ci sono quelli che reagiscono comprandosi una Ferrari, quelli che fanno l’abbonamento settimanale dal chirurgo e quelli che si fanno l’amante. Il tradimento diventa allora un mezzo per combattere il tempo, la paura di invecchiare e in alcuni casi persino la morte. È un modo come un altro, sebbene più doloroso, di voltare le spalle alla persona che siamo diventati, più che al nostro partner.

Adesso penserete che io sia quasi favorevole al tradimento. Vi sbagliate: sulla mia testa sono cresciute ramificazioni non indifferenti quindi no, non sono favorevole. Ma quando mi è capitato sapevo di avere tre possibili scelte:

  1. Marchiarlo con una lettera scarlatta sul petto
  2. Pagare un sicario
  3. Capire perché era successo.

Ovviamente ho pagato un sicario. Ma prima ho voluto vederci chiaro perché comprendere cosa ha causato la ferita è il primo passo per poter trovare la cura.”Mi ha tradito perché è stronzo” chiude la questione in maniera troppo superficiale, anche se questo non esclude che lui o lei possano effettivamente essere degli stronzi.

Risparmiate allora le domande sui dettagli e chiedete piuttosto “come ti sentivi quando lo facevi?” e “cosa ha significato per te?”. Se invece a tradire siete stati proprio voi, andate fino in fondo alla questione e capite cosa vi ha spinto a farlo e che cosa avete tratto da quell’esperienza, così da non ritrovarvi a commettere lo stesso errore. In alcuni casi infatti l’infedeltà diventa lo schema da seguire puntualmente ogni volta che le cose nella coppia vanno male o non sono come avevamo immaginato. Le statistiche ci dicono inoltre che, chi è stato infedele in passato, ha il doppio delle probabilità di avere relazioni extra-coniugali rispetto a chi non ha mai tradito in vita sua.

Ci sono coppie che sopravvivono all’ infedeltà, coppie che ritornano più forti di prima e coppie che, tramite il tradimento, riescono a vedere che nella relazione non c’è più nulla di salvabile. Non è importante l’esito. Mi piace pensare al tradimento come a un’opportunità: se da un lato c’è sofferenza e delusione, dall’altra c’è la possibilità di imparare cose nuove su noi stessi e sugli altri e, in fin dei conti, è proprio questo l’importante.
Voi cosa ne pensate?

 

 

Di cosa parliamo quando parliamo d’amore

largeUna volta qualcuno ha detto che amare equivale a sedersi a tavola e abbuffarsi di un singolo piatto. Ci sono quelli che ad un certo punto sono pieni fino a star male, quelli che soffrono l’impossibilità di cambiare menù e quelli che restano seduti fino alla fine. E l’amore, in tutti i casi, è questo: sedersi a tavola e sperare di non averne mai abbastanza.

La speranza diventa quindi la condizione necessaria di ogni relazione. Necessaria ma non sufficiente, visto che i miei amici dell’Istat ci dicono che i divorzi sono in continuo aumento. Cosa serve allora ad una relazione per durare nel tempo? Qual è il segreto per non alzarsi dal tavolo?

L’internet è pieno zeppo di articoli e guide che trattano di questo argomento e persino su Wiki How – oltre ad una fantastica guida sul come fingersi morti https://www.wikihow.it/Falsificare-La-Propria-Morte da utilizzare quando la relazione va proprio male – è presente una lista dei dieci comportamenti da adottare per avere una relazione duratura. Tutto molto bello: dieci regole e siamo salvi. Peccato che nessuno parli mai delle premesse che bisognerebbe avere ben chiare prima di iniziare una qualsiasi relazione. Ma andiamo per gradi.

Come sappiamo, innamorarsi è facile e non richiede alcun particolare sforzo: quando Cupido scocca la sua freccia non c’è più niente da fare. Si iniziano a sentire le farfalle nello stomaco, si vorrebbe fare sesso con quella persona a tutte le ore, si vorrebbe correre nei prati con una rosa in bocca. Si attua una sorta di regressione all’infanzia e diventiamo fragili, bisognosi di attenzioni e perdiamo il senso della realtà. Per farla breve, quando ci innamoriamo diventiamo dei perfetti idioti.

Ciò che proviamo è equivalente, in termini biochimici, ad una dose di eroina e la persona di cui ci innamoriamo, in questa fase almeno, è l’oggetto del nostro desiderio e non ancora il soggetto perché non conosciamo bene chi abbiamo davanti. In questa fase dunque, ciò che proviamo per l’altro è dato semplicemente dalle sensazioni che ci suscita. Il partner, in sostanza, lo vediamo come il mezzo per soddisfarci, quasi come i bambini vedono la propria mamma.

Con il tempo però le cose cambiano e iniziamo a creare un vero legame e a conoscere l’altro, che si svela finalmente per ciò che è: un essere imperfetto con la sua storia, i suoi pregi e difetti, le sue paure, le sue strane manie e sì, anche sua madre. Ed è qui che possiamo iniziare a parlare d’amore.

Ora, io della vita non ho capito niente, ma con gli anni mi sono guadagnata il titolo di campionessa mondiale di relazioni catastrofiche e da tutto questo una cosa l’ho capita: amore è accettare l’altro e comprenderlo, prendersi cura dei suoi bisogni e, talvolta, saper dare senza la pretesa di ricevere. Amore è fare progetti e dare alla relazione prospettive future. Amore è non dire mai “vediamo come andrà” ma è dire “andrà bene” perché sappiamo che, per tenere vivo un legame, c’è bisogno di tempo e di risorse e talvolta anche di enormi sforzi che tuttavia vogliamo fare volentieri. Aspettarsi che una relazione funzioni magicamente da sola è come acquistare una pianta e sperare che sopravviva, senza far niente per mantenerla in vita.

L’unico modo per far sì che un rapporto duri, quindi, è capire che amare non è mai semplice perché è, prima di tutto, un percorso di costante crescita. Se una relazione non ci permette di evolverci e non scuote la terra che abbiamo sotto i piedi, allora vuol dire che non è in grado di darci niente. Se non siamo disposti a rinunciare alla parte peggiore di noi, a dare fiducia e a resistere – anche quando vorremmo soltanto prendere il primo volo e fuggire in Guatemala – vuol dire che non siamo pronti per amare.

Ciò che ci porta allora a non alzarci dal tavolo anche quando siamo pieni, anche quando ci verrebbe voglia di qualcosa di nuovo, è semplicemente la volontà di restare data dalla piena consapevolezza di ciò che stiamo facendo. E perché sappiamo che, a dispetto di tutto, quello è esattamente il posto in cui vogliamo essere, malgrado le difficoltà e la paura, e soprattutto malgrado noi stessi.

Chi non pratica il cunnilingus ha qualcosa da nascondere

 

cunnilingus

Oggi sono qui per parlare di un problema che affligge la civiltà contemporanea, una vera e propria piaga sociale che danneggia i rapporti umani nonché il reale motivo per cui Rose ha lasciato morire Jack durante l’affondamento del Titanic. Si tratta di un problema di enorme portata che sarà sicuramente oggetto principale della prossima enciclica del Papa: gli uomini che non praticano il sesso orale.

Qualche sera fa infatti ero al bar con una mia cara amica e mentre parlavamo di tipici argomenti femminili come la quotazione del Brent e il collasso dell’universo, è emerso che la povera fanciulla stava frequentando un uomo che riteneva quasi perfetto, almeno finché non ha scoperto che il tizio si rifiutava categoricamente di sostenere “prove orali”. Come se non bastasse, ad una richiesta di spiegazioni da parte della mia amica, lui le ha risposto con un simpatico: “perché, quello che faccio non ti basta?”; che tradotto significa “fatti bastare il pene”. Mentre ascoltavo questa breve storia triste, la mia faccia era più o meno questa:

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Ho deciso allora di approfondire la questione tramite analisi statistiche blande e approssimative e ho scoperto, ahimè, che due uomini su cinque, piuttosto che cimentarsi nella nobile arte della testa tra le cosce, preferirebbero trasferirsi in Iraq e arruolarsi nell’Isis e le motivazioni da essi riportate sono le seguenti

  • Troppo umida

Qualcuno adesso vada a spiegargli che l’assenza di ambiente umido generalmente non è un buon segno;

  • Odore

Ora, ogni donna ha un odore diverso che può variare a seconda delle fasi dell’ovulazione, della flora batterica, dello stress e della posizione delle lune. Quindi ad ogni cosa, oh miei nemici della passera, c’è una soluzione;

  • è un atto di sottomissione

E qui mi sento soltanto di ricordare ai fanciulli che non stiamo parlando della lotta per le investiture e che nessuna ha intenzione di mettere in discussione la vostra natura di maschi alfa. È una vagina: abbiatene cura;

  • “ho paura di non saperlo fare”

Ricordatevi che la tecnica si acquisisce con l’esperienza e che noi, in ogni caso, apprezziamo l’impegno e la dedizione;

  • “Mi fa schifo”

Qui non me la sento di aggiungere nulla.

Alla luce di ciò, non ho potuto fare a meno di chiedermi: quali sono le implicazioni di una relazione che, dal punto di vista sessuale, può lasciarci insoddisfatti? Ho sempre pensato che il sesso fosse condivisione e non una frenetica corsa a due verso l’orgasmo. Dunque cosa accade quando uno dei partner pone dei limiti alla condivisione? E con questo non voglio dire che in ogni rapporto non devono esserci limitazioni ma che, quando si decide di porle, deve essere per volontà di entrambi. Se a uno quindi non piace praticare il cunnilingus e alla sua partner non piace riceverlo, il problema non si pone. Anche se, pensandoci, trovatemi una donna che non sappia apprezzare una tale opera benefica e io giuro che mi auto-esilio su Marte con il Dottor Manhattan.

Ad ogni modo, cosa fare quando l’altro si rifiuta categoricamente di venirci incontro? È bene cercare unicamente partner che abbiano i nostri identici gusti effettuando selezioni in stile X Factor o forse è bene attuare compromessi anche tra le lenzuola? Io, personalmente ho sempre creduto nel compromesso e anzi, ritengo che senza compromesso non può esserci accettazione dell’altro e senza accettazione dell’altro non c’è relazione che tenga.

Allora, prima di rispondere con un secco “NO” alle richieste della vostra (o del vostro) partner, chiedetevi se invece potrebbe valere la pena rispondere con un “forse” per poi magari passare ad un “sì”. Perché il sesso non solo è il mezzo in cui la coppia può esprimersi, ma è anche uno dei metodi più soddisfacenti per rafforzare il rapporto stesso, imparando ad andare oltre i propri limiti. Rifiutarsi di soddisfare sessualmente chi teoricamente amiamo, non è forse un modo per rifiutarsi di dare più di quanto siamo abituati a dare?                                                                                                                                  Ovviamente nulla vieta che, nonostante i tentativi, una qualsiasi prestazione possa proprio non piacere e in quel caso nessuno vi punterà una pistola alla tempia (o forse anche no). Parlarne e provare resta, tuttavia, l’unica soluzione sensata nonché una vera e propria dimostrazione di apertura e disponibilità verso l’altro.

Per ulteriori approfondimenti leggete qui: https://www.vice.com/it/article/nn8xdx/perche-alcuni-uomini-non-fanno-sesso-orale-intervista-sessuologo

 

(Ri)Cominciare

downloadCome i quadri che all’improvviso cadono dal chiodo, le lampadine che si fulminano e le bottiglie che di notte fanno “crac”, anche alle persone capita di fare “crac” senza apparenti motivi. Può succedere mentre si pascola nella corsia dei detersivi del supermercato o mentre si è impalati sul marciapiede ad aspettare l’autobus, come è capitato un anno fa alla sottoscritta. “Boom!”. In un secondo sono precipitata anch’io dal mio chiodo metaforico, trascinandomi dietro soltanto una fastidiosa domanda: è proprio questa la vita che avevo immaginato di avere?

Così,  al ventitreesimo anno del mio pellegrinaggio sulla terra, mi sono accorta che la vita che avevo e quella che invece avevo desiderato di avere quando ancora ero ragazzina e andavo in giro con lo zaino della Onix sulle spalle e l’apparecchio ai denti, stavano andando in direzioni diverse, se non addirittura opposte. E quando un pensiero come questo si insinua nella mente e contamina ogni azione quotidiana, le alternative possibili sono due:

  1. Continuare a vivere per inerzia per ritrovarsi poi a quarant’anni ad utilizzare parole come “volevo”, “potevo” o “dovevo” e ad acquistare fasce dimagranti su mediashopping;
  2. Gettare una bomba su tutto e ricominciare da capo.

Ed io, essendo ancora troppo giovane per i rimpianti e poco incline all’uso di fasce dimagranti, ho scelto la seconda strada. Ed allora si cambia taglio di capelli, si cambia lavoro e casa e si dice alla persona che voleva sposarti che non la ami più; si litiga con la propria madre che non capisce le tue scelte e alla nonna si dice che no, non ci sarà alcun matrimonio. Si abbracciano gli amici e si fanno promesse che non si manterranno mai. Si compra una chitarra che ti terrà compagnia nelle sere in cui sarai da sola con il peso delle scelte che hai fatto e in quelle sere ti verrà anche da pensare: “ma cosa ho combinato?”. Si paga un prezzo enorme.

Bisognerebbe allora insegnare ai bambini, sin da subito, che il percorso per la felicità può essere spaventoso e talvolta obbliga a ferire chi ami. Bisognerebbe anche smetterla di raccontare, soprattutto alle bambine, tutte quelle stronzate sull’amore e sulla famosa metà della mela perché, ad alcuni, può capitare di nascere interi e ad altri invece può succedere che le brutte esperienze, li riducano addirittura ad un quarto. Insegnare, in primis, che la cosa fondamentale da fare prima di condividere la propria vita con qualcuno è avere la certezza di non avere il bisogno di condividerla affatto.

Un anno fa non sapevo se sarei stata in grado di stare in piedi sulle mie gambe e, per questo, mi sono concessa il lusso di scoprirlo. Non sapevo neanche che mi sarei ritrovata a piangere di rabbia di fronte ad una funzione matematica con la quale lavoravo né che avrei avuto esperienze lavorative assurde con le multinazionali; non sapevo che mi sarebbero toccati periodi di astinenza sessuale forzati, così come non sapevo che sarei stata in grado di fuggire la mattina presto dal letto del tipo con il quale avevo fatto del sesso disastroso la sera prima. Non sapevo dei nuovi amici che avrei trovato, dei nuovi amori che avrei vissuto. Ed è proprio questo che succede quando si decide di ricominciare: si fa un salto nel vuoto sperando di riuscire ad atterrare in piedi o di cavarsela perlomeno con qualche ossa rotta; e magari si apre anche un blog.